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LE INNOMINABILI

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BELLUM


I raggi fiammanti di un sole spettatore, si lancian bagliori
lontani, sui nudi elmi e le corazze.
Tutto è immobile e muto; il vento soltanto agita i vessili.
Di specchio, son gli sguardi degli uomini,
dianzi a lor non v’è iraconda brama.
Oggi, la vasta landa, di fresco sangue empia sarà:
squillando la tromba, s’accendono i cuori e in alto l’alabarda guarderà.
Un urlo più forte, si leva sugli altri:
è la guerra!



D.O.C.



Caldo e potente, vitale e traditor, nelle viscere mie precipita
il plumbeo nettare di Bacco.
Esotici boati, risenton meco, dell’infinito gaudio ch’egli emana.
Il mio gomito non s’arresta; ogni convenzione travolge
il rosso fiume, nell’implacabil sua foga.
Tutto rallenta; il movimento mio come la secca foglia
calata dal ramo, sbattuta è nell’aere destino.
Dianzi, mi parean, Scilla e Cariddi minacciosi;
tracce di sanità riaffioran, e l’occhio mio,
orbo e tradito si ridesta:
soltanto un oste....soltanto un oste.........



SENZA NOME




C’era, vetusta e trascurata, una piccola tomba,
ignota e senza nome stava; mai sguardo alcuno essa incontrò.
Visitata dalle stagioni, soltanto fu.
Di chi le spoglie, contener potrà?
Qual sentier di vita potè mai batter, quali i sogni,
quali i pensier, poteron mai esser di costui o costei?
Quale atto mai crudele, compì, per non meritar nemmen
il sorriso di un piccol fior?


ANATEMA



Quale crimine mai più nefando e sordido nella storia degli uomini,
se non quello di fondar repubbliche di mestieranti elettori?
L’emergere del superficiale, grossolano e mediocre istinto
del gregge divenne, ahimè, le regola;
di chi la cagione? Di chi?
Non persero tempo questi armenti parlanti, essi come pustole
infette diffusero la loro peste in tutto il creato, insozzarono anche le
ultime roccaforti di bellezza, strenuamente difese da creature
confinate alla quarantena.
A voi, tribuni scimmia che seguitate ad arrampicarvi su specchi crepati,
va il mio anatema, anatema, anatema....
Apollo, Elios, Dionisus, Ercole, Odino, Marte, El Gebal, Mithra e Giunone
e tutti i vostri fratelli e sorelle, che aspettate?
Gli spiriti liberi e profondi, la cui vista fu insultata, vi invocano;
se la continuazione del bello a cuor vi sta, intervenite e l’olocausto vostro
sarà osservato; non pazientate più con gli universali vostri giudizi, la clessidra
s’è fatta sentenza.
Mai vi salti in mente di risparmiare un granello di questo sporco creato;
annientate tutto ciò che potete, anche i bei pensieri e le idee geniali perchè
giammai rimarrebbero incontaminate nell’aere avvelenata.




DEPENSO E DIPINGO



Chissà che pensa il pittore quando s’appresta ad ingannar
l’occhio profano spassionato e presuntuoso?
Sì, proprio nel mentre la cui spada pelosa, appena intinta
nel policromo sangue, è ben intenzionata a violentare
quella sgualdrina di nome realtà.


HORROR VACUIS



Ripudio le gambe e seguo il vento,
allontano il linguaggio e sposo lo sguardo;
son desto d’un tratto e bevo il suo pianto.
Il lume m’appare, la noia sento tornare;
Riprendo il sentiero,ormai sconosciuto,
verso un miglior crepuscolo che mai sarà.
I.N.R.I.





Non importa dove nacque, non importa chi lo generò,
e non importa se praticò un mestiere.
Ei riscattò sè stesso eccedendo le forme,
e rivendicando il divino pronunziò la magistrale
sinfonia sua: “il mio regno non è di questo mondo”.
Presto, fece proseliti tra gli emarginati del suo tempo.
Là, dove giunsero il suo spirito, il suo sguardo e il suo
verbo furono per le genti di allora: acqua di sorgente,
rugiada sul bocciuolo di rosa, delizioso profumo di vendemmia,
caldo e vitale come il focolare d’inverno e misericordiso
più d’un pianto materno.
La MENZOGNA, l’ABIEZIONE e il FACETO,
spezzò l’incanto di quest’alba di bellezza.


PENSIERO



Amore: troppi strali dovetti sopportare,
dianzi a farisei che sovente se ne riempirono
il muso.
Mai la conobbi, ma un saggio errante la possedette
in virtù di scopi ultraterreni, eternamente intangibili
all’umana coscienza.



QUOTIDIANO



Camminiamo distrattamente sui ruderi della grandezza che fu,
per andar verso un mediocre che sarà.
Senza colpo ferir, ahimè vengo trascinato da una corrente
sin troppo calda alla mia mercede.
Gli altri esseri infinitamente quotidiani, si servon
di umane passerrelle per far da ponte
alla ceca furia della vita.
Son fatto così; voglio intralciarmi l’esistenza!






SIMPOSIO




Pazzi, reietti, vagabondi, interdetti, eretici e fuorviatori
della retta via:
siate i benvenuti alla mia tavola, e non alzatevi
prima che le vivande vi abbiato piegato dal piacere.
E se tra voi si nasconde un meschino o un ignavo, sia questa la
sua ultima cena.
Possa l’alba soltanto romper l’incanto delle nostre libagioni.
Nessun timor, se fra voi vi è uno spirito tra i più savi, codesto
otterrà soddisfazione, perchè intendo da gran messere qual sono,
donar le briciole della mia tavola agli squallidi commedianti
dal ghigno facile e dal passo incerto.






TRIBUTO MANCANTE




Riuscite a seguire le linee del VENTO,
la sua armonia con la natura,
la sua furia e la sua mano che da sempre guida la nave nerovestita,
nel mare della vita?
Dubito..... dubito; la di voi scarna e laica inconscienza non ve lo consente.
E la LUNA ?
Mestiere infame, il suo; questo faro di bellezza
continua ad irradiare l’eterna oscurità dell’uomo,
giammai ricevendo il compenso suo.
Sguardi cialtroni e indifferenti la scrutano, ed ella annoiandosi superiormente,
ricambia con disprezzo, nascondendosi poscia all’ombra di vagabonde nuvole.









J.S. BACH



Forse perchè dalle mani tue e dal tuo spirito
si schiude l’aurora dell’intero creato,
e le note musicali accarezzano soavi
le nostre orecchie, ancor ebbre di stupor
per la magia tua;
perchè davvero raccapezzarmi non posso.....
non posso.... se rimembro che l’arte tua,
possa esser opera d’un mortale.
Al dolce suono della tua musica;
angeli e demoni, peccatori e virtuosi,
superficiali e profondi s’arrestano
nei quotidiani affanni loro e s’abbandonano
alla tua sarabanda con mistico silenzio.


APOTEOSI




Una potenza sovrumana si protende dal mio petto,
un ghigno malefico s’simpossessa del mio volto e lo
sguardo mio non s’accontenta più delle forme;
i calzari esplodono sotto il fremore esitante del mio piede
danzante, che avverte già la musica di Dioniso.
La mente mia vuol esser saziata ancora del metafisico sangue
della vestale deflorata.
La clessidra, la memoria, il corpo; ho annientato tutto.
Ora, ci sarà per sempre solo il mio nume
e la sua trascendentale potenza scellerata.



IL PESO


La morte morbida e ombrosa,
dai suoi mille volti,
vedo ogni dì.
Uno sguardo smaliziato, una falsa risata,
una risposta che mai verrà, un entusiamo
la cui cometa, volge celermente al suo tramonto:
queste le sue forme.
Languore, tremore, orrore;
tutto svanirebbe in un istante se potessi vagare
senza l’ombra mia.


VERBAE VOLANT



Il mio calamo non si dà più;
ricolmo della preziosa sua linfa blu, s’è fatto avido e guardingo.
Troppo inchiostro fu versato per la favella infeconda delle genti.
Pietra, papiro, cera, pergamena e carta non potranno placare mai
il primitivo mio canto.
Voglio scolpire il nome mio nell’acqua, nel vento e nel cielo infuocato.
Noi spietati, noi senza cuore, non possiamo esitar a imprigionare
il pensiero nostro in parole e segni.
Nel mentre di questo destino, siam desti che il fatal incanto del frutto nostro,
per sempre strappato sarà alla sua madre.



GRAVITA’ TERRESTRE





Voi spassionati frequentatori delle Lettere, orbi di recondita bellezza;
voi che giungete al punto con sospirata ignoranza ricercata,
voi che mai consumerete, sui plutei, i gomiti vostri:
mai desideraste la trascendenza dai segni.
Possa la vostra aridità, un giorno, annientare voi stessi,
affinchè possiate divenir gravidi del dubbio, e possiate scacciare
l’eterna concubina vostra: gravità terrestre.





IL TUONO




L’efebo, lievo e soave decantò l’arte sua;
le sue labbra schioccavano vaporose come sinfonie lontane,
mentre accarezzavano i versi del poeta.
Al primo sentore del tuono, l’uditorio defilò,
ma il giovine proseguì solitario.
Ingannevole fu il tuono, ma donò all’efebo un nuovo uditorio:
una madre luminosa e tondeggiante con
le sue miliardi di figlie.

MARZIANO



Da sempre mi trastullo nell’estremo rompicapo vivente;
ingrato e feroce sole che domani tornerai, ahimè, senza mai
potermi illuminare!
Voglio la notte e il suo culto! Voglio invertir l’orologio:
profondo sarà il mio riposo nel vostro meriggio,
dionisiaca la mia dissipazione nel vostro falso rigore,
piangerò della vostra gioia e riderò del vostro dolore.
Io, marziano, rinnegato e bastardo voglio esser dalla razza vostra.


L’INCONTRO



Esangui e canuti esseri, striscianti, pei fangosi viali della vita:
la campana è giunta;
le vostre nuche, nidi di corvi son diventate.
Dianzi a iddio siam, nella vigliacca e tremante umana posa.
Darem le nostre anime....... la fine sarà per tutti noi!
Ma l’Uno ghiaccia gli occhi loro, e nella celeste potenza sua
si pronuncia : le di vostre inique vite han prodotto,
miserrime anime soltanto!
Ordunque, le respingo, perchè vuote sono.
Mai, sfidarono gli alti cieli della metafisica;
mai, spaccarono le forme con taglienti dubbi;
mai, scrutarono l’infinito mio dipinto;
mai, armonizzarono i carnosi lor gusci con le altre mie creature.
Voi, entità dalle scarne vite, non siete morti! perchè mai viveste!!





DIFENDENDO



Possente, stava la pelle sua, come le ciclopiche mura,
beffando gl’infuocati dardi, dei guitti nemici suoi;
sovente, assediato, da sparvieri ritornelli di fiamma.
Le spalle stanche, al suo avversario, volge il vinto fante;
ei s’avvia al tramonto e di furente brama, appesa, la vendetta sta.
D’assiso giuramento, riporta l’ombra sua al fatal incontro di vita:
ma l’anima sua, sguainata, cagionan lo scherno delle genti,
nella procace sua destrezza.



CAOS


Della sibillica profezia, un dì soltanto potè avverarsi:
Luce e Tenebra, Alba e Crepuscolo, Mezzanotte e Meriggio,
s’invasero incuranti, le sfere loro;
ebbre e nude, le genti volean danzar, sulle pubbliche piazze;
di mortal colpo, cadean le madri, dai cuccioli loro colpite.
In schiere, forsennati si lanciavan, lavoranti, su empori e botteghe,
per appicar le fiamma.
Scellerati e vagabondi, di mirto e alloro, si cingean le tempie,
con selvaggia foga, da improbabil pulpiti, lanciavan la Fronda loro.
I morti spalancharon le bare e s’unirono alle macabre danze,
sbriciolandosi, ad ogni armonico gesto.
Tutto si cheta, per la fatal domanda delle stanche genti,
al cornifero ed alato principe:-che altro Salaì, potè mai saziarti?
Il CAOS ....voglio soltanto,............il CAOS......


SENTORE


Infangati e sepolti, stanno, gli antichi culti nella notte immemore,
di secolare beltà.
Precipitate, le sovrumane gesta, nell’oblio del tempo, di tanto ardor,
i deboli spiriti, scuoton ancor.
Nulla, può rimaner, del loro avido sguardo d’amor;
poco, può rimaner, degl’incompresi piacer loro, d’infinita dissipazione,
che mai conobbe freno.
Superficiale e abominevole, il Presente, così scruta gli antichi avi suoi.
Puttana, la plebe, si vende al nuovo padrone, indifferente del nuovo suo coturno.
Abbandonati dal fiuto, seguitano, le genti, la sociale scalata,
mentre il fetore ammorba nell’aere, il naso mio devastato.


IL PASTO


Illumina la grigia giornata, prelibato e fumante dall’aroma speziato;
il Pasto del meriggio, ripien di vita, rifonde la gioia, delle stordite genti.
Ricco o frugale, classico o complicato, sudato o regalato,
si dà, nel leggiadro nostro desìo.
L’ultimo suo boccone, strapperà noi, all’estatica chimera, del lungo attimo,
consapevole di vera gioia.
Addio, mia amata merenda; troppo chiasso dovrò subir,
prima che il palato mio, possa ancora bearsi di te.




L’ISOLA DEI MORTI





Silenziosa e morbida, va, la candida barchetta,
sfiorata appena, dal mare della morte;
curva, di bianco vestita la strega, la prua troneggia;
dianzi al suo violaceo occhio, si staglia, maestosa e
incantata, nell’immobil specchio d’acqua, l’ISOLA DEI MORTI.
Nella viva roccia sua, un sepolcro aperto, attende
mite la mia discesa.
Due alte quercie, s’inchinano intirizzite, al mio cospetto;
il mortale sonno m’aggredisce, ancor prima che Caronte
riceva il compenso suo.
Risvegliatomi, volgo lo sguardo alla strega,
che con passo caprino, irrompe alla mia tomba, ignorandomi;
quivi, sigillata per sempre, dalle alte fiamme,
distinguo, disumane risate, dal mostruoso riverbero.




LO SGUARDO



Mai più violenza userem, mai più bagnerem, del vostro sangue, le lame nostre;
non si può davvero, su cadaveri parlanti, infierir colpo.
Sguainerem coi miei fratelli, taglienti verbi e metafisiche offese;
nel padre e nella madre, instillerem il dubbio;
spaccherem, dei preti, le affilate cervella;
riempirem di sterco, gli sconsacrati sacrari vostri.
Dal sudicio artiglio vostro, affrancherem, il sacro nettare del giuoco.
Senza porte e finestre, scruterem, dalle nostre stamberghe,
la calda notte stellata.
In quel dì soltanto, l’Uomo ebbro di sonno,
spezzerà, l’orrido suo letargo.





LA VERGA




Sin dalla sua alba, la verga, infame e severa, il giovine dovette, sovente assaggiare;
al crocicchio di ogni suo atto, ella attendeva di batter, fresca e di latte odorosa,
la carne sua.
Tuonante, l’istitutore sputava, pesanti anatemi, dalla sua bocca;
alzate di spalle, producean nel giovine, che mai, volea staccar dal cielo,
l’occhio suo vagabondo.
“Come il ragno, di mosche si nutre, così il peccato si ciba degli uomini”,
disquisiva il precettore al discepolo distratto
che interruppe d’un tratto:
“del peccato mi diletto e mai lo sconfesso,
accompagna meco, ombrello della noia mia.
Se la serpe porto in seno, io non l’ho cercata,
ella s’e trovata, ed io non l’ho scacciata.”
Mai più, la quiete romperà, la vuota predica;
il mio domani sarà razzolar male...........





PIECE




S’alza il sipario, grigio e consumato, del nuovo dì,
che creta, vedrà nei viventi l’aterazione bigia e vampira,
nei lor affanni;
figuranti e prim’attori, smaniosi, faran la loro parte, come
ordina il Copione mai scritto.
La farsa, di cialtrona foggia, se pur di gran vanto pei medesimi,
impallidir potrà; financo, al peto, al rutto e al pirito,
di perfetta esecuzione.
Dai mefitici palchi, crisantemi voleran, ad ossequiar il tristo lavor,
di madido respiro.
Ma esule, dall’altrui plauso, deflorerò meco, al gentile fresco
della latrina del mondo.








IL BOSCO SACRO




L’accalorato mio piede, tasta la rugiadosa terra del mattino,
mentre l’alata fauna agitata volteggia, sul mio capo;
sulla soglia del sacro bosco, mi accingo a entrar,
ei, sfarzoso più d’un cesareo palazzo, m’attende silenzioso;
non v’è cancello, nè impedimento alcuno al mio passaggio,
del cui occhio allibito, assapora con celestiale movimento, cotanta bellezza.
Passeggio, delicato e beone, sui soffici tappeti, di verdi licheni dorati,
mentre volgo la testa alle cattedrali di azzurrina luce,
dirompenti nel maestoso soffitto, dal fogliame variopinto.
Come silmil paramenti e credenzoni, i cespugli dalle rubine bacche
e i piangenti salici, occludono l’infinito atrio,
dall’attiguo ambiente; qui, s’accascia lieto, su smisurati
sofà, di fresco muschio porporino, il languido corpo mio.
Inestricabili e rughose, degli alberi, le radicis’inerpicano gelose
al naturale arredamento della selva;
Soddisfattodi vanae curiositas, sèguito il cammino e
m’imbatto nel più sacro degli angoli:
curva e fascinosa, misteriosa e possente,
la celtica quercia troneggia la scena.
Recondita e inaccessibile, dai violacei altari ricolmi, di naturali
offerte di mirra odorose, sta la totemica signora color nature,
nell’accoglier postulanti, timorati e giocondi.





IMPEDITUS




Delle morenti muse, nemmen l’ultimo sussulto, potrà mai destar
l’assonnato Vivente; costui vaccinatosi dal sublime,
giammai vorrà , dal vacuo dovere, l’astensione.
Ormai parlo una lingua morta, che mai più stupor, calerà
sull’altrui vite, incapaci di fecondi silenzi,
incapaci d’udir l’artistico dolore,
incapaci del quotidiano dubbio,
incapaci di giunger al di là del bene e del male,
bramosi soltanto, di libbra di vivida carne, che mai saziar
potrà gl’infami vostri appetiti.
ATTENZIONE, .......ciechi accompagnatori di ciechi
a non cascar nella fossa......


I GUARDIANI



Dalle paralitiche ombre di cemento e malta, rifuggo verso razze lontane
che mai conobbero noia;
il fetore dell’eminenza grigia espande il lezzo suo nei
quattro cardinali punti: Giudizio, Dovere, Calma, Sedere.
Insieme ai fraterni miei complici, seguitiamo ubriachi la veglia
di Poèsia, il cui giaciglio riposa, irrequieto, nelle foibe della Terra.
Ogni notte di Valpurga, messianica e allucinatoria,
odo la musica di Satana, che attira i suoi seguaci nei sollazzi crepuscolari;
ci tufferem nel notturno blu, vestiti di stracci e di fiori, per spezzar sonni borghesi.
E se, empi e tumefatti di ridicolo stupor, volessimo la via del mare,
andrem a caccia dell’Oriente e del suo indico sapor;
perchè mai desìo perdemmo: della sporcizia e dell’ancestrale quotidiano;
della regal ingiustizia, dei viaggi senza ritorno, dei funghi velenosi
e del seducente politeismo.
Ogni linguaggio, dogma, cubito, culto incapace sarà, nella confutazione
d’una oscenità divina, le cui labbra secche e spaccate da un’atavica afa,
mai trovar potranno, l’ideale fonte di vita.




IDILLIO CONIUGALE




MARITO: Spalanca il tuo occhio affaccendato, ascolta il tuo orecchio indifferente, e raddrizza la supina tua schiena: il signore tuo marito è rincasato!
MOGLIE: Oh! sguardo ballerino e delizioso, che fai giunger al mio cospetto, colui che, solo e coraggioso, riporta ogni dì, la necessaria bisogna alle impazienti nostre bocche. Benvenuto onorevole marito. Non indugiate ancora, il di voi stanco corpo, sulla fredda soglia; la tavola vi reclama, i vostri affanni svaniranno dianzi al suo ristoro; essa rifonderà l’antico vigore, che al canto del gallo, custodivate vigoroso nel petto.
MARITO: No, no, no e per sempre no!! Non m’aggrada più la tua falsa brodaglia, rafferma di lacrime. Orrore, orrore, orrore... Quale pro, mi tiranneggia dal seguitar nella soma ? Questa biada forse, che mai pago rese il mio essere? Sovente, odo le sconfinate risa degli eroici dei, che si fan burla di me, mentre i loro denti d’avorio affondano nelle carni dei miserrimi viventi, là fra le nuvole d’oro dell’Olimpo.
MOGLIE: Non v’è sillaba, testè pronunciata da voi, che non trasudi fatica; giammai qualcuno meglio della moglie potrà comprendere l’onorevole fardello del marito che...............
MARITO: Taci e per sempre! Neppur immaginar potresti il fetore che s’alza in ogni mio dì, e che colpi che sferra quell’invisibile pugnale di occhi fissi sul selciato, di languide ossa che gridano vendetta, di madido sudore mefitico che inzuppa le vesti come carta bagnata....
Me ne fotto, se dei cacciatori, i tiri di schioppo, potran ferire le mie stanche ali, perchè io ....ora e per sempre spiccherò il volo verso le desolate lande, inondate dal sole e dalle stelle; contemplate e abitate da pochi sorridenti dannati.
Morirò assiderato, ma non resterò più tremante, a riscaldarmi al miserabile focolare;
morirò di fame, ma non cercherò più di far le scarpe, al lamentoso stomaco, con pasti di fumo.
Vivrò fuori dalla grazia di Dio, ma non più volgerò timorato, al crepuscolo divino.
Non attenderò più della morte, la fatale mietitura, se ella verrà, disturberà soltanto un gaio bimbo che giuoca al massacro. Chissà se la nera signora, compiacendosi, adottarmi vorrà????






L’AFORISMA



Chiosa da sempre l’inestricabile scacchiera del mentale artefizio,
padrone e signore indiscusso dell’umano movimento: il Sofista,
anacoreta del linguaggio, sprigiona sacri bigini,
che lancian fiotti di poetica ragione.
Aforisma: verbo messianico di nobil fibra, che baldanzoso calpesti
le universali menzogne, senza mai scansar le lunghe tue trecce,
dall’estatica tua voluttuosità.
Chimeriche e lestofanti, vacue e altisonanti,
le invidiosette sentenze, sciolte saranno alle calende di primavera;
la cui ricca messe, giace comatosa nelle saggie campagne, ricoperte
di bucoliche e freschissime nebbie.





IL LADRO




Lontani, sono i giorni dell’eroico furore, eclissati da nuove stupide
speranze che risucchiano, magnifici, i colori dei miei giardini velenosi.
Infeconda e incolore sta la mia terra,
desiderosa di nefaste tempeste, i cui gorghi possano inghiottire
gl’infiniti sguardi di carestia; come l’ultimo fluttuante e incerto
giorno dell’Arca.
Nel perpetuo assillo, delle fatue pioggerelle, che neppur sfiorano
la delicata mia chioma, seppur smaniose d’immane disegno,
sèguito, delle antiche sorgenti mesopotamiche, il rispettoso mio furto.







DELIQUIO



Non fermarti, non ancora, mia vulcanica follia;
accoglimi, con frenetica brama, nei reconditi e notturni lupanari del mondo.
Oh grande sacerdotessa d’inconfutabile bellezza, guida l‘ultime
mie veglie verso l’inaccessibile suburra del poeta, che tanta vita
affrancò dai basti corvini, che sempre implacabili deturperanno
gl’affusolati rosei colli che mai toccai.
Io, tuo fedele paggio, mai allontanerò le possenti tue ali;
farem di noi un sol corpo, tu...mio magico flauto parlerai,
quando cariche di desìo, sfiorato sarai dalle labbra mie.
Ditirambica e frizzante, la tua musica leggera come crisalide,
salirà le angustie vette del tempo, a caccia di nuovi incendi e
ignoti campi incolti.



L’ETERNO RITORNO




Presto o tardi le inique lance del tempo conficcheranno le vostre membra,
che mai conobbero corruzione;
Orsù nobili stirpi, come ricolme anfore di Bacco, che sprigionaste e succhiaste,
a grappoli, tutto il succo dell’umano spirito, affrettatevi nella dissipazione delle
vostre faraoniche fibre, ahimè condannate ai canopici vasi, per l’inerme ed eterea postura.
Invicibile e fatal nemico, il Tempo scannerà le di voi apollinee e dolci forme,
e malefico affiderà la vostra gioia all’Eterno Ritorno di un volgare e gretto individuo,
scettico di Satana e di Cristo più d’un pirronesco sguardo, mugghiante e beone
assisterà involontario, alle molteplici calende.



LUNA


Ritornano come infinite stagioni, le notturne creature
e i balordi spiriti, che ridestano i lor cuori a una pallida luna;
barlume di speranza, gocce d’argento e giaietto nell’immenso blu
di notte vellutata, dai reconditi umori.
Nessun proferisce parola con la bianca signora, di tenebra vestita,
riversata su ella invece, è la speranza che codesta possa una santa notte,
alle assopite creature sue, rivelar il suo pensier.
L’amante d’Endimione, scompare chissà dove
verso l’inaccessibile sua magione;
rafforzando il suo arcano,
esecrando l’altrui sogni,
lasciando, dei lor cuori, infeconde e desolate le voragini.
LUNA, sublime e maledetta, avida d’eterna contemplazione,
che tosto riscatti l’umana arte:- non sei l’estatico miraggio dell’oscurità,
non sei la perpetua fiamma delle Muse,
non sei reminiscenza di antichi, ahimè Baccanali;
Tu sei molto di più..........



L’OSTACOLO


Ebbro di un sapor lontano di cicuta che stimola al plenilunio
la languida mia mente, ridesto in te, malsana e vagabonda clessidra,
il soliloquio mio sguardo;
ma la notte fulminea ritorna, e distrugge le mie conquiste,
gettando ponti e steccati al mio pensier, che come Bucefalo
cavalcava forsennato le lontane valli dell’Eliseo.
Un muro di tenebra per sempre occluderà, dei virtuosi
le acuminate menti?
I loro spiriti trasognati, i loro occhi irti e insicuri come dirupi,
negatori di un fuoco che mai li riscaldò, si son anzitempo
costruiti all’inferno un costoso giaciglio.
Ma i malconci miei ginocchi, genuflessi anni orsono
ai caldi venti della puberale stagione, la cui sottana
di menzogne asfissiava la disturbata mia indole,
fan ritorno finalmente alla statuale, se pur incerta, posa di vita;
inconsapevoli di meschini fardelli, che sovente li ripiegheranno
spietati al loro fato.






LA CONCHIGLIA



Eburnea e vorticosa l’elicoidale tua pelle, descrive fantasiosa
l’abissale infinità dei mari;
ridesti dalle svariate tue chiazze grigio-oro, la gigantesca landa blu
dal perpetuo movimento, che implacabile digerisce le umane vacue sfide.
Levigata e strappata all’immensa sua madre, la piccola conchiglia
impiccata si sente, al delicato collo dell’altezzoso donnino
Mentre esali ancora, marine flagranze delle lontane tue maree,
il civil fetore già soffoca l’ultima goccia di tua menoria.





MAGNETISMO



Vi sono passioni che mai conobbero, dei poeti e dei filisofi, l’eterno elogio;
glaciali e terribili, cieche e inafferabili per alcun discernimento,
mistiche e visionarie codeste passioni rinunziano alla vita e per
sempre nidificano alle nostre menti, una plumbea ragnatela di tormentose
immagini che seviziano l’apparente nostra quiete.
Medesime son quelle passioni, alle cui spalle si celano altisonanti Dottrine e Rivoluzioni,
il cui ciclopico passo, immortala la sanguinaria sua impronta nella sempiterna posterità;
mentre l’inarrestabile sua foga divora gli stessi suoi figli.
Sordi e incuranti dell’altrui melodie, accecati dai lucenti suoi baiocchi,
gli uomini attratti dal fatal magnete
non potranno non udir l’infernale sua overture.




UN GIUDA



Un fumineo suo sguardo, bastante alla minima ricerca del moi occhio,
esautorava mille discorsi ed artefizi;
puntuale e calda la sua callosa mano riparava la mia intemperie,
allora il suo sorriso mi parea quello di Dio, che riscaldava le povere
sue creature, dal mortal ghiaccio che dei demòni vide la genesi.
Ei ed io, ardevamo e alimentavamo la mesima fiamma del nostro
unico giuoco, creata vissuta e morta per il nostro soltanto diletto.
L’ombra, se pur lontana, del MESHINO, sucitava in noi balbuzie,
timorosi che l’insulsa goccia potesse osar un giorno, del nostro specchio d’acqua,
infranger la divina quiete.
Insieme, nella fosca giungla, ci addentravam col sole in faccia,
ignoti e contenti a dar spallate alla fauna dalle gambe monche,
dispensatori dell’eterna gleba.
Ma terribile e devastante fu quella corona di spine, col quale
cingesti le mie tempie, mentre il tuo cielo sul mio capo
diluviava insulti, inconcepibili all’esterrefatto mio orecchio.
Ma al tramonto di quella che fu, l’allucinatoria e magnifica sua
parodia, pretese spudorato l’impossibil mio plauso.



ECO



Terribile è, colui che cavalca l’invisibile onda dell’oscena
sua gioia, la cui ferita si schiude frenetica all’eterno errare
dei giorni infecondi.
Costui tosto ritorna ai lontani suoi giorni, donde gli uomini
erano probi e sagaci, dispensatori di morte e di gloria,
nati pronti e smaniosi d’udir il guerriero segnal, mentre
già al nemico arrighavan promessa, di svuotar della vita
i loro petti;
come fuoco di paglia, fuggevole il ricordo si dissolve
entro le grigie mura del nuovo mondo, di giullari mediocri
i cui sollazzi non più appagano, di nobili e madonne
gli oziosi umori.
Tutta la canaglia di tal nuovo mondo, la cui veste
umida di salnitro, appassisce la rosa del mattino,
prevarica e calpesta col mefitico suo zoccolo la
divina bellezza, echeggiante ancor di mesmerica emozione.




DISTANTE



All’invisibile porta senza color, m’accingo furioso ad aditar meco,
mentre spudorata l’idra d’abbacinante splendor, annulla del pensier
i fedeli suoi accoliti.
Celere e fastoso, sarà l’ingresso mio nel magico inferno della Natura;
assaporo già la deliziosa e balsamica flagranza dell’acacia,
mentre l’infinito torbido cielo, popolato di sublime fauna, dipinge
dell’aere l’inconfutabil acanto.
Grave e sognante, il corpo mio, annega dolce negli alidi broli vergini,
toccati soltanto dai fugaci aliti del vento;
gli Elementi e gli infernali Disegni, ricoprono di tacito assenso,
la glabra mia pelle, come l’acarpo ciliegio nella fredda stagione del dolore.
Quivi nè case nè suoni; soltanto infiniti adusti deserti, desiderosi d’esser
calcati da brillanti piedi, ancor bramosi d’infinite distanze.



PARIS


Scorgo ancor le fresche tue geometrie, trasudanti
cristalline gocce d’estetica purezza, che vita
infusero al mio spirto;
Oh mia Parigi, mia Babilonia.
Splendida e maestosa nel tuo piccolo reame
accogli nei tuoi Campi Elisi i fruttuosi e turgidi
tuoi spiriti, orfani e smaniosi della Promessa Terra;
Oh mia Parigi, oh mia Babilonia.
Incantami ancor, soave entità di gigli vestita,
stregato ancor voglio esser, come l’incredulo
serpente che si desta dalla noiosa sua cesta,
mentre già odo la delizia del tuo canto.
Tu, eterna excellence, dei viali e ponti
ricoperti d’eroina gloria, mi doni un prezioso
giaciglio nell’ampia tua Concordia, allagata
anni or sono dal fazioso sangue delle genti;
Oh mia Parigi, mia Babilonia, mio tutto.


IMMEMORE



Ahimè, si schiude ancor il vetusto baule della mente mia;
ineludibile recesso della ragione, che accatasti e sevizi
gli affranti miei ricordi, nei reconditi tuoi meandri.
Vergine di Norimberga, che l’ennesimo sventurato
hai inghiottito nell’acuminata tua corazza; così i ricordi,
dolci o infelici, prigioni della bianca mia cella, incatenati
per sempre saranno.
Ma ghiotto e ribelle, il mio pensier, di dorato desìo,
morde il freno della cranica scatola, bramoso di inseguir
la boreale aurora, nella cui bocca si stende eterno il mio Eldorado.





I NAUFRAGHI




Incurante e maestoso, un deserto di cristallina e torbida movenza,
ora ci strappava ora ci sbalzava, dalla zattera di nostra viltà;
della deriva, mai fuga trovaron i nostri corpi, avviluppati alle
ignote correnti, mentre ansiosi e impiacentiti attendevam la luce.
Approdammo dopo lunga erranza, nella placida fonte che vide
di Narciso, la parabola del mito;
quivi nella morbida e purissima sua riva, lasciammo il battito
al naturale suo decorso.
Ignari della tiresiaca profezia e lontani dall’umana diatriba,
offrimmo noi medesimi a quel divin raccolto.


PANEM



Dal canto del gallo al levar della sera, le contadinelle
assorte e ricurve piegan le loro schiene alla ricca messe,
la cui matura chioma impreziosce con auree chiazze
l’infinita campagna.
La terra sorridente, si lascia depredar sotti i nervosi colpi
della falce splendente, mentre le pagliuzze infigarde e maliziose
s’innestano nei sudati grembiuli colorati;
le ricolme ceste di grano e di speranza, prendon la via
dei fangosi villaggi di malta e di paglia, di briciole e di
fumo, di oche e di galline, di fabbri e contadine.
Già s’ode dei pargoli, l’affamato stridulo lamento;
impaziente di veder nei biondi chicchi, quella farinacea
che sovente porterà alle candide loro bocche,
l’onesto e pesante pane, che mai bastar potrà!




....QUEL GIORNO...



E’ giunto finalmente codesto giorno! Quello dei virtuosi, i cui
assonnati volti s’alzeranno; e voi plebi: Giù il cappello!!
Il sole ha smesso di nascondere il suo oro e la fatale sua purezza
dietro armenti di vapore, dai cui eterei polmoni si scaturivan le tempeste.
Giacenti ancor nel nuovo tempio, la cui croce è vinta
all’empio intento, che le genti annusavano e veneravano
come oasi nell’infernale calura.
Già s’ode nell’alba nuova che inneggia dell’Apostata la
nuova dialettica potenza, e in quel della follia, della festa
dell’agone, dell’onore e della pagana dissipazione
troveran la resurrezione.
Non vi sarà crepuscolo per questo dì; infinito dei virtuosi
sarà il dovere rigeneratore che persino dell’appestata aere,
vedrà nel demiurgo il magno restauratore.
Quando Noi soltanto avremo il dolore che ci spetta e la
vernice del nuovo creato sarà il comune sangue degli iniqui,
quando lo splendido lupo tornerà ad ululare tutto il suo
potere e tutta la sua libertà all’eco della notturna foresta;
allora tufferem i languidi nostri corpi in un mare senza rive
che per sempre annegherà l’infinità nostra mediocrità.



LE SAVAGE


Tu: flaccido civile, che sempri misuri la terra tua
e del fumo ricolmi le tue tasche, mentre svanisce
l’ultimo brandello di UOMO;
osi ancor ignorar delle parole il peso, nel dir
selvaggio a colui che mai tradì l’Umana Radice?
D’animo e spirto, sì selvaggio; artista della caccia,
padrone del suo tempo e signore delle selve.
Costui ancor soggiace e sempre danza alle
leggi della Natura: sia sciamano o alchimista,
cacciatore o ballerino; ei della civiltà non serba
il dubbio perchè nulla mai potrà strapparlo
al dorato suo villaggio,
alle pendici porporine delle sacre sue montagne
mentre il sole va smarrendo il suo calcagno,
e gli inconfutabili suoi riti, occulte potenze del
desiderio.... panacea di ogni dolor.



I PAZZI


Oggi il genio non v’è più!! Un Nuovo Ordine ha sentenziato:
l’inutile bocca, lo sguardo profondo, lo spirito prevalicatore
della carne, l’incorrotta neve che qualche dì ridipinge le città,
dell’asilo mai più beneficierà!
Lo Stato di poltrona, d’orripilante meta fa terra bruciata per quegli
acerbi frutti staccatisi d’un colpo dai finti rami dell’enorme Pianta.
Ma gli acerbi figli, dalla giovane buccia, che cibo divennero della
magnifica upupa, solitaria e ostile alle basse quote, non rimarrà
che ossa spolpate dalla bestiale plebe.
Coloro i quali illuminavano le notti, scorgevan nuovi mondi e
fuggivan da questo inferno, cominciaron a danzar col rasoio
nella man......




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